Gli effetti dello “Startup Act” a cinque anni dall’introduzione

29 Nov. 2018
Lo “Startup Act” a cinque anni dall’introduzione

Sono passati più di cinque anni da quando è entrato in vigore il Decreto-legge 179 del 2012, conosciuto anche come “Startup Act”. L’allora ministro dello Sviluppo economico Corrado Passera aveva voluto questo provvedimento per provare a creare le condizioni necessarie alla nascita di un ambiente favorevole alle startup in Italia.

Tra le misure presenti c’erano la semplificazione e la gratuità del processo di costituzione di una startup, l’inserimento di incentivi fiscali per investimenti in equity, la possibilità di raccogliere capitali su piattaforme web dedicate all’equity crowdfunding, la presenza di disposizioni in materia di disciplina del lavoro tagliate sulle esigenze delle startup, la possibilità per le startup innovative di usufruire del Fondo di garanzia per le Piccole e Medie Imprese per avere un accesso più ampio a prestiti erogati dalle banche e infine procedure fallimentari facilitate.

Una buona partenza

A fine settembre la Banca d’Italia e l’Ocse hanno presentato una ricerca indipendente per analizzare l’efficacia nel panorama italiano delle misure comprese nello Startup Act, tenendo conto poi anche degli ulteriori provvedimenti previsti successivamente con il piano Industria 4.0. Il report, consultabile gratuitamente, sottolinea che lo Startup Act ha avuto effetti positivi: le startup che hanno beneficiato delle misure proposte hanno in media un valore del 10-15% più elevato rispetto alle altre realtà e un possibilità di accedere al credito bancario più alta del 15%. E in aggiunta è stato riscontrato anche una maggior probabilità di ottenere finanziamenti in capitali di rischio nei primi tre anni di vita. Un giudizio sostanzialmente positivo che però può essere considerato un buon successo solo nell’ambito di una prima fase, incentrata sulla creazione di un ecosistema di partenza favorevole alle startup.

 

Serve una fase 2

Quello che emerge però dall’indagine è la necessità di dare vita al più presto possibile a una fase due, focalizzata questa volta sulla creazione di una rete di investitori professionali che finanzino le startup. Il report infatti sottolinea che fino ad ora gli investimenti di venture capitalist sono al palo: in sostanza ci sono pochi soggetti disponibili a investire capitali di rischio nelle startup italiane. Secondo i dati riportati, nel 2016 le startup non sono riuscite a superare i 100 milioni di finanziamenti in capitali di rischio. Se si esamina invece il settore del corporate venture capital, nello stesso anno si arriva a 40 milioni di dollari. In entrambi i casi il nostro paese è nettamente indietro nel confronto con gli altri Stati europei. E come dimostrano i dati del Registro delle Imprese, a mancare in Italia non sono le startup innovative che sono circa 9 mila.

 

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Cosa si può fare?

Una delle soluzioni proposte è di affrontare la questione da un punto di vista “orizzontale”, esulando dall’ambito strettamente legato alle startup.  Sicuramente un aspetto centrale è relativo alla rimozione degli ostacoli burocratici che spesso frenano i venture capital, ma allo stesso tempo va migliorata la capacità di comunicazione delle startup nei confronti degli investitori. Ma oltre a queste misure si prospetta anche un nuovo intervento dello Stato come ha annunciato il Deputato del Movimento 5 Stelle Luca Carabetta, Vice Presidente della Commissione Attività Produttive a Montecitorio. Secondo Carabetta, più che alla presenza di maggiori finanziamenti diretti, il governo starebbe pensando ad incentivare, attraverso una piattaforma pubblica, gli investimenti in capitale di rischio nelle startup da parte dei venture capitalist.

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