Cosa è stato fatto e cosa serve ancora alle start up nel 2019

08 Feb. 2019
Le start up nel 2019

L’attenzione per la Legge di Bilancio 2019 era tutta per le misure cardine del reddito di cittadinanza e la quota 100. In realtà il provvedimento contiene anche tutta una serie di misure per le start up che, anche a causa dei tempi ristrettissimi per l’approvazione della manovra, sono passate sottotraccia.

Si punta sul Venture Capital

Una delle novità più attese è il cosiddetto fondi dei fondi nazionale, ideato con l’intenzione di attrarre investimenti italiani in fondi venture capital che indirizzeranno queste risorse alle start up. L’obiettivo dichiarato dal governo è di arrivare fin da subito al miliardo di euro grazie all’effetto leva, ma secondo alcune analisi la cifra a cui si ambisce veramente è di 3-4 miliardi di euro quando il sistema andrà a regime. Come misura iniziale in grado di stimolare poi l’intervento dei privati, il Ministero dello Sviluppo economico metterà a disposizione nel triennio 2019-2021 30 milioni l’anno per il sostegno al venture capital, per scendere poi a 5 milioni per il periodo 2022-2025. Parlando sempre di VC è da segnalare anche il passaggio del fondo di venture capital di Invitalia, Invitalia Ventures, sotto Cassa depositi e prestiti che ha previsto proprio nel suo ultimo piano triennale investimenti nel settore. Inoltre lo Stato si impegna a versare il 15% dei dividendi provenienti dalle sue partecipate in fondi VC, mentre i Piani individuali di Risparmio saranno obbligati ad indirizzare il 3,5% delle loro risorse in fondi di venture capital. Viene poi data la possibilità ai fondi di previdenza obbligatoria di investire in VC.

Le altre misure

In parallelo a questo è previsto anche un regime più conveniente per chi decide di investire in startup con detrazioni e deduzioni fiscali che raggiungono il 40%. Per favorire le exit delle start up invece è stato previsto un incentivo fiscale del 50% dell’importo dell’acquisizione da parte delle grandi aziende, con la condizione di mantenerle almeno per tre anni. Una misura che dovrebbe aiutare a portare a una maggiore aggregazione tra le realtà esistenti nel panorama italiano. In aggiunta viene inaugurato un registro tenuto dalla Banca d’Italia che include ufficialmente la categoria dei Business Angel, persone che investono almeno 50 mila euro in tre anni nelle start up italiane. Infine vengono semplificate le comunicazioni annuali che devono essere fatte non più verso la Camera di Commercio di appartenenza ma sul portale del Mise.

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Auspici per il futuro

Quello che ancora manca è invece una definizione più chiara di cos’è una startup innovativa, cercando di ridurre la discrezionalità delle Camere di Commercio visto che nel registro delle startup e Pmi innovative oggi se ne contano 10 mila, ma solo una parte può essere davvero considerata tale. Un chiarimento dei ruoli e una razionalizzazione andrebbero fatte anche per tutte quelle entità che permettono alle startup di svilupparsi come gli incubatori o gli acceleratori, senza dimenticarsi dei fablab e degli spazi di coworking. A livello più generale servirebbe poi uno sviluppo ulteriore di tutto l’ecosistema del Venture Capital, affiancato a misure che incentivino gli investitori a puntare su start up italiane e non rivolgersi quindi principalmente all’estero.

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